L’ enciclica “Populorum Progressio”: cinquant’anni dopo

L’ enciclica “Populorum Progressio”: cinquant’anni dopo

Cinquant’anni fa in queste settimane in tutto il Piemonte era in corso un grande dibattito culturale: da poco era stata pubblicata un’ enciclica di Paolo VI, la Populorum Progressio. Questo documento aveva trovato qui una significativa accoglienza, perché la regione stava vivendo la sua fase di trasformazione e stava entrando negli anni della contestazione giovanile e nel pesante periodo delle brigate rosse. Incominciavano ad essere pubblicati, pur non esistendo ancora la regione come istituzione, alcuni documenti di programmazione, ricordo ad esempio quello di Nello Renacco con le prime linee di sviluppo territoriale. A Torino le prime giunte di centrosinistra cercavano di disegnare l’area metropolitana, con un grosso contributo della sinistra democristiana che con Carlo Donat Cattin, ormai navigato politico e con Guido Bodrato, giovane studioso di economia, si batteva per dare una efficace risposta all’emergenza dovuta alla forte immigrazione dal sud. Sulla cattedra di san Massimo, nel capoluogo piemontese, c’era come arcivescovo Michele Pellegrino, sacerdote e docente universitario di letteratura cristiana latina,chiamato da Paolo VI alla funzione episcopale, che con la sua lettera pastorale “Camminiamo Insieme” proponeva un dialogo e soprattutto una stretta collaborazione tra le forze progressiste per affrontare i complessi problemi della sua difficile diocesi. Nello stesso periodo anche le associazioni, e tra queste meritano una citazione particolare le ACLI, all’interno delle quali Giuseppe Reburdo e Pinuccia Bertone si distinguevano per impegno e vivacità culturale, erano molto impegnate ad ascoltare le istanze delle classi sociali più deboli. Paolo VI aveva fatto calare anche in questo territorio la sua enciclica, dopo averla annunciata già nell’ “Ecclesiam Suam” quando affermava che “si riservava di fare dei problemi sociali oggetto di studio e di azione nel suo successivo esercizio del ministero apostolico.”

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L’enciclica “ Populorum progressio”
Per molti versi il testo paolino offre elementi di novità e di curiosità. E’ la prima enciclica che viene presentata con una conferenza stampa, durante la quale sono fornite informazioni sulla sua gestazione. Si apprende così dell’esistenza di un dossier personale del papa, con il suo pensiero in materia di sviluppo dei popoli, di un elenco di consulenti di gradimento pontificio per la stesura del testo, che nell’impostazione iniziale è in lingua francese, perché questa era la lingua di padre Lebret, estensore materiale e profondo conoscitore della materia trattata nell’enciclica. Non solo si viene pure a sapere che sono state sette le bozze prima della versione finale e che ogni versione conserva le osservazioni personali del pontefice. Va registrata una novità assoluta: mentre le encicliche precedenti fanno esclusivo riferimento ai passi del Vangelo, agli atti di altri pontefici, ai testi dei dottori della Chiesa, in questo documento per la prima volta si lascia questa linea e vengono anche citati sacerdoti, religiosi e laici ( per ben due volte Maritain). Paolo VI con questa enciclica si apre al mondo perché ritiene, in totale sintonia con il pensiero giovanneo e conciliare, che deve esserci un’intensa collaborazione tra la Chiesa ed il mondo in quanto la Chiesa non offre solo aiuto al mondo, ma riceve anche significativi contributi dalla scienza, dalla cultura e dall’esperienza del mondo.

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Sintesi dell’enciclica
Due sono le parti dell’enciclica. La prima dedicata all’uomo, la seconda rivolta allo studio dello sviluppo solidale dell’umanità. Nella prima parte il pontefice parla dell’aspirazione dell’uomo e del suo desiderio di essere affrancato da tutte le difficoltà che lo rendono infelice. E’ quella di Paolo VI una visione nuova dell’uomo. Giustamente è stato rilevato che il papa, facendo propri i principi filosofici di Maritain, introduce nel documento pontificio un concetto originale, quello dell’umanesimo integrale. Con questa impostazione viene superato il modo fino allora usato per definire l’uomo: nei secoli passati si fece riferimento all’homo faber, poi all’ homo oeconomicus. Ora l’uomo è l’insieme di tutte queste componenti e deve realizzarsi in modo globale. Naturalmente queste nuove aspirazioni dell’uomo possono portare a situazioni irrazionali, che devono essere controllate. Molte sono a questo proposito le opere da compiere, opere, che vanno dalla destinazione universale dei beni ad una ridistribuzione della proprietà, dalla industrializzazione al capitalismo liberale.

La seconda parte è dedicata all’umanità, intesa come soggetto mondiale. Ogni nazione, che è sempre soggetto a pieno titolo, sia essa ricca o povera, non può comunque raggiungere da sola obiettivi di benessere e soprattutto di pace. Di conseguenza deve esserci collaborazione e le nazioni più ricche sono chiamate ad aiutare quelle più povere. Questo loro intervento si può realizzare con due tempistiche separate: immediatamente mettendo a disposizione delle nazioni che ne hanno bisogno, in base all’eterno e sempre valido principio del primum vivere, indispensabili risorse per garantire la sopravvivenza. Questo però non basta: le nazioni opulente devono fornire in un tempo successivo anche tecnici in grado di formare personale degli stati poveri, che possa in loco operare per lo sviluppo tecnologico e quindi contribuire allo sviluppo delle popolazioni arretrate. In questo cointesto è anche molto significativa la visione paolina: deve operare un organismo unico, a livello mondiale, in grado di programmare gli interventi, là dove questi si rendano necessari. Non si deve quindi trattare solo di una collaborazione mondiale intesa come risultante dei contributi particolari nazionali. L’istituzione mondiale deve essere sopra le singole nazioni.
Questa visione, valida ancora oggi, anche se si deve registrare una crisi di autorevolezza degli organismi sovranazionali, fu nel 1967 in totale sintonia con il pensiero dei padri conciliari, perché l’enciclica non a caso ha la fase di elaborazione contemporanea a quella della costituzione Gaudium et Spes.
Il nuovo nome della pace
Paolo VI dedica uno specifico paragrafo alla pace, mettendo in evidenza un nuovo contenuto positivo da dare alla definizione di pace. Fino al periodo conciliare la parola pace, e la sua relativa definizione, aveva un contenuto collegato all’assenza della guerra. Sostanzialmente, nei testi pontifici precedenti, si definiva come periodo di pace un periodo senza guerra. Nella Populorum Progressio si va oltre. Poichè l’ esperienza storica ha insegnato che anche la pace, conseguente a pesanti periodi di guerra, non ha mai prodotto tempi di vera serenità per l’umanità, il Papa è convinto che per creare una vera epoca di pace deve essere realizzata una attività solidale tra le nazioni. Di conseguenza solo con la collaborazione tra nazioni ricche e nazioni povere è possibile generare un vincolo che impedisca la guerra. Questa convinzione fa esclamare a Paolo VI che il vero nome della pace è lo sviluppo, quello sviluppo solidale, conseguenza della collaborazione tra le nazioni. Non è una visione utopistica, ma è un’affermazione, che deriva dall’esperienza e che serve a generare un rapporto mondiale opportuno per evitare anche che “ la collera dei poveri” possa travolgere l’intero sistema, perché la collera dei poveri è da considerare fattore importante della questione sociale mondiale.

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Considerazioni finali

Sono passati cinquant’anni dalla pubblicazione dell’enciclica e qualche ponderata riflessione si può fare. Storicamente parlando la “ Populorum Progressio” è da ritenere documento che si collega sia ai testi conciliari sia ai documenti dei predecessori di Paolo VI, in particolare quelli di Giovanni XXIII. Leggendo e considerando tra di loro i documenti citati si avverte lo sforzo paolino di dare un organico sviluppo alle linee di principio contenute nelle prese di posizione della Chiesa Cattolica. Non è quindi assolutamente fondata la tesi di chi ha visto nella “ Populorum Progressio” un testo correttivo delle dichiarazioni conciliari. Paolo VI ha voluto rendere più esplicite le pagine del Concilio, alla scrittura delle quali aveva collabotato, tra l’altro, da vescovo di Milano. Indubbiamente la “Populorum Progressio” è servita a rafforzare la posizione conciliare in materia di sviluppo dei popoli. In secondo luogo l’enciclica riassume tutto il pensiero filosofico, che ha avuto in Maritain il maestro, che punta a porre l’uomo al centro della realtà come protagonista libero in grado di contribuire alla crescita del mondo in quanto non è solo “faber fortunae suae”, ma è anche chiamato con la sua intelligenza a collaborare nell’opera del Creatore. Va, in terzo luogo, sottolineata l’importanza data da Paolo VI alle organizzazioni internazionali, perché solo loro sono in grado, superati i limiti e le visioni nazionali, di garantire un ruolo di coordinamento idoneo ad offrire a tutte le nazioni, opulente o povere che siano, quella dignità, che spesso è messa in pericolo dalla tendenza degli stati forti a prevalere sugli stati deboli. Il pontefice del resto già aveva sostenuto questa tesi nel suo memorabile intervento all’ assemblea generale delle Nazioni Unite.

Un ultima considerazione, certamente la più attuale. La “Populorum progressio”getta un ponte tra papa Paolo VI e papa Francesco. Il primo parla di situazioni difficili conosciute nei suoi viaggi. Non a caso Paolo VI allude alle tensioni sociali e al disagio sociale dei popoli: egli ha constatato direttamente, prima in Africa e in America Latina, quando era vescovo a Milano, e poi, da papa, in India e nei territori poveri dell’Asia, queste situazioni, dimostrando non solo di voler conoscere quelle aree, ma di voler interpretare quelle realtà con le loro problematiche. Francesco viene da quei mondi ed esprime fino in fondo i bisogni di quei popoli. Papa Bergoglio parte proprio dalle considerazioni di Paolo VI e le condivide interpretandole ed adattandole alla situazione attuale. Ancora una volta si può evidenziare il filo conduttore: esiste infatti un collegamento molto interessante tra le varie dichiarazioni della Chiesa in materia sociale. Si va infatti dalle problematiche dell’individuo presenti nella “Rerum Novarum” alle esigenze delle naziono della “ Quadragesimo anno” per arrivare alla dimensione internazionale della “ Pacem in terris” ribadita con i dovuti ed importanti approfondimenti della “ Populorum Progressio”. Francesco fa tesoro di tutto questo patrimonio ed interpreta in modo tutto personale queste esigenze dell’umanità. Grazie anche all’opera dei suoi predecessori, fra tutti Paolo VI, irrompe efficacemente nella scena attuale, nonostante tutte le difficoltà, che sono sotto gli occhi di tutti. La strada preparata è percorsa oggi senza esitazioni ed il cammino della Chiesa procede, anche se, come è capitato ai tempi dell’enciclica paolina, le critiche ci sono dentro e fuori. Tutto questo dimostra però la vivacità, la validità e l’efficacia del messaggio cristiano.

Franco Peretti
Esperto di diritto europeo politiche sociali

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