Donne d’azzardo, i numeri sono inquietanti

Donne d’azzardo, i numeri sono inquietanti

Sono storie difficili, meglio prepararsi. Storie di donne cinquantenni, di mogli, di madri, di persone su cui fai un certo affidamento. Sono storie di persone che non hanno voglia di vincere, ma solo di non pensare. Di allontanarsi chilometri dai propri pensieri, dall’impossibilità della vita quotidiana. E che pur di continuare a vivere di svago, finiscono per chiedere soldi a chi non dovrebbero. Per il più triste degli epiloghi.

È capitato a tutti di vederle: al Bingo, nelle sale slot. Con gli occhi da falco, attente al muoversi di singole foglie nonostante quel vociare intenso e la puzza di sigarette che t’impregna. Il tintinnio delle monete che vanno giù, e a quel pizzico di fortuna a cui pensi inevitabilmente. In Italia i numeri sono quasi catastrofici: su 1,2 milioni di giocatori considerati ludopatici, oltre un terzo del totale è di sesso femminile, come emerge da un’indagine sull’evoluzione delle slot machine online.

Problemi sociali, familiari, d’inserimento totale nelle dinamiche di cui si è responsabili. Certe volte è troppo, e certe volte è troppo anche chiedere aiuto: perché attorno all’azzardo bazzica sempre un grande bugiardo, specialmente se si è donna. Specialmente se si ha paura di eventuali ritorsioni. Il gioco è malattia: non bisogna mai dimenticarlo.

Dall’1,8% al 6% della popolazione, in Italia, si è composti di giocatori patologici. Le donne raggiungono cifre incredibili, sfiorando la metà del totale. A spiegarlo è l’esperta Fulvia Prever dell’Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio (ALEA). È lei a seguire con una collega il progetto ‘Azzardo&Donne’ portato alla ribalta da Donna Moderna. I campioni sono presi un po’ ovunque: dalle sale certificate, fino ai numeri del Lotto, con un attento studio sulle frequenti presenze femminili al Bingo.

Ma cosa cambia tra uomo e donna? La funzione che ha quest’ultima all’interno della società familiare e non solo: dunque si tratta di un problema bello ingombrante. È il segreto di Pulcinella: le donne fanno tutto, dal lavoro ai figli, dall’accudimento della famiglia o magari anche degli anziani. Si ferma lei, si è fermata l’intera famiglia, che con lei ha un rapporto di co-dipendenza.

C’è poi un’altra questione spesso sottovalutata: le donne hanno timore nel chiedere aiuto, restano isolate e sono spesso ignorate dai mariti. Anche questo porta alla dipendenza, anche questo porta i numeri che sono descritti dal rapporto dei servizi sociali: appena 1 donna ogni 10 uomini tra le richieste di soccorso. È una macchia che non sanno come lavare, è un problema sociale che le abbatte dall’interno. Spesso fanno finta che non sia niente, ma il problema resta e si manifesta in altre forme.

Nell’ultima Relazione del Parlamento sulla droga e sulle dipendenze di ogni tipo c’è un passaggio fondamentale che spiega la gambler italiana media: ha intorno ai 50 anni e una storia con l’azzardo almeno ventennale. Il 18% di loro è comunque occupato dalle over 65, molto attive nel bingo e nella ‘tradizione’ del Lotto: questo forse è il dato più preoccupante, quasi quanto l’impossibilità di raggiungere i territori più colpiti dalla febbre e dalla frenesia dell’azzardo. Del resto, il gioco è subdolo: s’inserisce nelle difficoltà, nella malattia, nella depressione. Se si ha un lutto o se si è in crisi, specialmente se ci si sente soli. Per la Prever, il gioco diventa praticamente ‘una stampella’. La porti con te ed è leggera: spesso con un paio d’euro puoi iniziare, e ti sembra bello e senza grossi rischi. Un Gratta&Vinci e sei a posto. E non ci pensi alle conseguenze, non lo fai mai. Una situazione, secondo la ricercatrice, che sfrutta questo ‘non-pensiero’ e che “anestetizza la solitudine”, probabilmente dai mariti troppo lontani mentalmente o fisicamente, o troppo vicini in altri e squallidi contesti.

Bisogna chiedere aiuto, comunque. Bisogna farlo perché si può tranquillamente guarire. La notizia che dà conforto è datata 2013: l’American Psychiatric Association ha riconosciuto il GAP, ossia il gioco d’azzardo patologico, come una malattia. E le cure sono state inserite nei livelli essenziali d’assistenza.

Si possono fare colloqui individuali o terapie di gruppo, in luoghi sicuri in cui non ci si sente giudicati, posti sicuri in cui si possono superare paura e timidezza. S’inizia e si conclude, sempre insieme. Così da non ascoltare più storie come quella di Elisa, 57enne di Torino: ha speso 35mila euro in una sala slot, era la sua liquidazione. Dopo esser stata licenziata per fallimento della sua azienda, con i figli ormai grandi ha subito spesso le angherie del marito che negava come la donna avesse dei problemi. Oggi è una badante a tempo pieno ed è lontana dalle slot machine.

Sono sempre le testimonianze a farti cambiare idea sul mondo. Vicende come quella di Giovanna, perugina di 46 anni: lei ha addirittura dovuto ripagare i 200mila euro persi dalla madre nel 2008. La signora, infatti, si è ritrovata sul groppone i peccati dei genitori: si chiamano ‘vittime collaterali’ e soffrono quasi e più delle persone vittime della patologia. Oggi Giovanna ha dovuto rinunciare al sogno di aprire una sua attività, tutto questo per colpa dell’azzardo. Una situazione, quella della famiglia del ‘malato’, che Simone Feder e l’educatrice Anna Polgatti hanno raccontato nel libro edito da Giunti ‘No slot’: è la storia di due giovani fratelli, con una famiglia da aiutare e che vengono sostenuti passo dopo passo dagli esperti.

Ecco, dopo i volti, diamo anche un po’ di numeri: in Italia la cifra che si spende per il gioco d’azzardo è il 4,4% del Pil totale. Lo Stato prende 12 miliardi dei 96(!) spesi da chi gioca. 17 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni hanno almeno una volta giocato denaro, e sul tricolore sventola anche il non-orgoglio del nono posto per perdite pro capite al gioco. I ludopatici sono 1 milione, c’è quasi una slot machine per 2 persone: è 1 ogni 150 abitanti. Invasione.

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